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STORIA DEI TREND DEI MERCATI FINANZIARI

Ciclicamente vengono fatti degli studi sull'andamento dei mercati finanziari nel corso degli anni.

Questa sezione del sito riporta le statistiche di studi fatti sull'andamento dei mercati in periodi lunghi.

Nella fattispecie qui sono inseriti gli studi riportati negli ultimi anni da Milano Finanza (utilizzato per la sua diffusione e la sua credibilità).

Si noti bene: lo scopo non è assolutamente quello di sostenere che occorra buttarsi in Borsa come sembrerebbe dai risultati in esame, perchè per orizzonti temporali brevi la volatilità (quindi la rischiosità) è rilevante e, paradossalmente, l'azionario è molto più adatto per costruirsi la pensione che non per forme di investimento di breve periodo.

Tuttavia è pur vero che le azioni sono frazioni di aziende e che le aziende mediamente fanno utili, del resto se l'imprenditore medio non riuscisse a guadagnare di più dell'investimento in titoli di Stato realisticamente cambierebbe lavoro, e l'ipotesi di una borsa rischiosa nel lungo periodo è l'ipotesi di una recessione permanente dove sia rischioso sia fare l'imprenditore per conto proprio che il dipendente......

1/5/'98 Patrizio Merciai, direttore della Lombard Odier di Ginevra spiega: "L'investimento in azioni presenta un premio sul rischio rispetto alle obbligazioni, cioè alla lunga si guadagna di più, storicamente questo premio si avvicina al 5% sugli investimenti in titoli privi di rischio.

Se quindi i Bot rendono il 4% ci si può aspettare un rendimento medio in azioni del 9%.

Negli ultimi 115 anni i titoli di Stato a breve negli Usa hanno reso in media all'anno il 4,9%, quelli a più lunga scadenza il 5,3% e le azioni l'8,6%.

In Svizzera, considerando gli ultimi 70 anni, le azioni hanno fatto guadagnare una media del 9,7% annuo ed i titoli di Stato a lunga scadenza il 4,6%".

19/6/2000 Mario Gabelli [forse il più celebre investitore statunitense di origine italiana NDR] evidenza che dal 1926 al 1999 l'investimento in azioni nel mercato statunitense ha reso in media l'11,3%, quello in bond il 9,1% e l'inflazione è cresciuta del 3,1%; negli anni 90 l'investimento in azioni ha reso il 18%, quello in bond l'8,8% e l'inflazione è stata del 2,9%, un periodo irripetibile, durante il quale la strategia growth ha dato risultati migliori di quella value.

27/1/2001 Un $ investito nel 1802 in azioni americane avrebbe fruttato ben 7,7 milioni di $ alla fine del 1997 (ovviamente presumendo di reinvestire dividendi ed ogni altro tipo di guadagno prodotto nel frattempo dall'azione), contro 11,17 $ per l'investimento in oro, 3679 $ per l'investimento nei titoli a breve del governo USA e 10744 $ per l'investimento in obbligazioni.

Mentre l'inflazione è stata tale che un $ del 1802 equivale a 13 del 1997.

La superiorità delle azioni sulle obbligazioni è stata schiacciante in tutti i principali mercati finanziari nel corso del '900 ed in ben 4 mercati, Germania, Giappone, Italia e Francia, il rendimento medio reale (al netto dell'inflazione NDR) dei titoli ritenuti più sicuri e tranquilli, i bond, è stato addirittura negativo.

In Italia, per esempio, tra il 1900 ed il 2000 il guadagno reale annualizzato delle azioni è stato del 2,7% (il più basso fra tutti i mercati analizzati) mentre le obbligazioni, compresi gli anni dei generosi rendimenti del debito pubblico fuori controllo, hanno reso in media, negativamente, -2,3% come dire che l'investitore ha perso in termini reali una parte del capitale investito.

L'economia con il maggiore differenziale di rendimento annuo reale tra azioni e obbligazioni, nel corso del ventesimo secolo, è stata quella australiana (+6%), seguita dalla Svezia (+5,9%).

Ma non è andata tanto male neppure agli investitori in azioni americane che hanno guadagnato in media il 5,4% in più all'anno di coloro che, più prudentemente, hanno scelto le obbligazioni, così come a quelli in capitali di rischio olandese (+4,9%).

Ma quanto rischio in più hanno dovuto sopportare gli speculatori in capitale di rischio rispetto ai tranquilli possessori di Bot o Cct?

Non un rischio estremamente superiore, visto che la deviazione standard delle azioni, che misura la volatilità media annua dei corsi, è stata del 20,1% e quella dei bond del 14,6% (dati riferiti al mercato inglese del '900).

24/5/2003 Nel lungo termine cosa rende di più?

Le azioni, i titoli di Stato o la liquidità?

Secondo gli analisti di Morgan Stanley, i mercati azionari sono la scelta vincente, anche se la più rischiosa.

E lo dimostrano con dati alla mano.

Uno degli effetti della crisi delle borse internazionali è stato quello di incrementare notevolmente la volatilità delle quotazioni.

Per tutta risposta gli investitori hanno accorciato il loro orizzonte di riferimento al breve termine, non riuscendo a prevedere con una certa affidabilità gli sviluppi futuri.

Secondo gli strategist dell'investment bank americana, "interrogarsi sulla superiorità delle azioni rispetto ad altre tipologie di investimento equivale a chiedersi se, nel lungo periodo, le economie continueranno a crescere; chi ha quindi fiducia nell'innovazione e nel progresso economico dovrebbe detenere azioni in portafoglio".

Ma c'è un sistema per confrontare il ritorno delle azioni con quello dei bond?

La formula di Gordon indica che il ritorno reale (al netto dell'inflazione) atteso delle azioni è uguale al rendimento corrente (pari al dividendo/prezzo) più il tasso di crescita reale del pil del paese.

Attualmente in Europa si traduce in un +5% (+3,5% più 1,5%).

Il paragone è facile, perchè i titoli governativi rendono meno della metà.

La serie storica, su cui è basata l'analisi, fa riferimento agli Stati Uniti e parte dal lontano 1926.

Da questi dati si rileva che 1 $ investito all'inizio del periodo nell'indice Standard & Poor's 500 valeva 1775 dollari alla fine del 2002, contro solo 60 dollari dei bond.

Le azioni hanno reso quasi 30 volte di più.

Ciò si traduce in ritorni annui nominali del 12% per le azioni e del 6% per i titoli governativi.

Rispetto ai bond, puntare sulle borse ha però uno svantaggio: la maggiore volatilità dell'investimento (del 20% rispetto al 9% dei titoli di Stato fra 1926 e il 2002).

Si può quindi concludere che i titoli azionari sono tipicamente un investimento a lungo termine.

Le borse hanno sempre sovraperformato i bond in un orizzonte temporale di 30 anni, ma solo nel 60% dei casi se si considera un solo anno.

19/7/2003 Le notizie di Mediolanum (nota: è l'inserto promozionale di Banca Mediolanum): Chi avesse investito un dollaro nella borsa americana nel 1925 si troverebbe oggi con un capitale pari a 1719 dollari e qualche spicciolo.

Lo stesso dollaro investito in obbligazioni avrebbe reso solo 60,2 dollari.

Ancora minore la crescita per un ipotetico impiego in certificati a breve termine: l'investimento avrebbe permesso di accrescere il proprio capitale da 1 a 17,5 dollari.

Il differenziale tra le azioni e le alternative offerte dal mercato è enorme e si commenta da solo.

In termini di ritorno annualizzato, si ricava un rendimento medio del 10,2% per le azioni, del 5,5% per le obbligazioni e del 3,8% per i certificati a breve termine.

Va aggiunto che questa analisi tiene anche conto di tutti i cali registrati dai listini azionari negli ultimi anni, quegli stessi cali che hanno allontanato tanti risparmiatori dalla borsa, poichè si spinge fino al marzo del 2003.

Dà quindi una misura di quanto le crisi, anche relativamente pesanti e durature, possano essere poco influenti se si analizza il contesto sul lunghissimo periodo.

I rapporti di forza non cambiano se si inserisce anche la variabile inflazione e si valuta quindi l'andamento reale delle varie alternative di investimento.

In questo caso il rendimento medio annuo delle azioni è stato (sempre negli ultimi 80 anni) pari al 7,2%, quello delle obbligazioni al 2,5% (circa un terzo), quello del reddito fisso inferiore al punto percentuale.

Un'altro studio, pubblicato sempre su Milano Finanza il 20/3/2004, è stato condotto da tre economisti della London Business shool ed inizialmente pubblicato da Abn Amro, ha preso come anno di partenza il 1900.

Un periodo così lungo ha come elemento di "inquinamento" gli effetti delle due guerre mondiali, ma la sostanza come al solito non cambia.

Anche nel caso dell'Italia le cifre parlano chiaro.

Se si paragonano i ritorni reali (cioè quelli al netto dell'inflazione) dal 1900 al 2003 le azioni battono i bond.

Le prime anno offerto un rendimento reale annuo del +2,2% contro il -1,9% dei titoli di stato ed il -3,9% degli impieghi a brevissimo termine; la cosa più significativa è che ancora una volta i titoli veramente rischiosi sono stati quelli obbligazionari, non riuscendo a tenere il passo con l'inflazione (che nel periodo considerato è stata dell'8,9% annuo).

D'altra parte sarebbe un errore, come già accennato, rimanere alla finestra in attesa del Toro, aspettare che passi la fase di stanca (o addirittura di ribasso) per entrare sul mercato.

A quel momento, infatti, potrebbe essere già tardi.

Nell'era moderna l'economia reale è sempre progredita, come dimostra l'evoluzione del pil mondiale.

Anche nei periodi più difficili le eventuali fasi di calo sono state brevi e rarissime.

Ciò, inevitabilmente, si è riflesso sul valore delle aziende quotate e quindi sui mercati.

Questi stessi periodi, però, sono stati sempre seguiti da nuove fasi di robusto sviluppo.

I periodi di contrazione dei listini devono quindi essere concepiti dai risparmiatori come una molla che si carica, per poi scattare ed estendersi in tutta la sua lunghezza; maggiore sarà la compressione, più evidente e significativo l'effetto conseguente il rilascio.

Sono tutte analisi che confortano la figura del "cassettista", quello che dimentica volutamente le azioni nel "cassetto" per non farsi influenzare dalle oscillazioni temporanee, tanto alla fine saliranno.

La logica sarebbe giusta ma attenzione: questo vale per gli indici, cioè pur sempre insiemi di molte azioni, il cui numero fa sì che si guadagni molto meno di quella che è andata meglio e si perda molto meno di quella che è andata peggio ma se si tratta di investire su un singolo titolo tutte queste analisi valgono poco.

Vale la pena di ricordare la gustosa storiella (di fantasia) che ogni tanto circola del cliente che voleva conoscere il valore delle sue azioni e che era preoccupato perchè sul giornale non riusciva a trovarle, si trattava delle "Nuove Ferrovie Austro-Ungariche" che il trisavolo Ulderico aveva acquistato raccomandandosi di non venderle mai e che naturalmente non esistevano più.

Invece a supporto del modus operandi dei cassettisti c'è la riflessione sulla limitatezza delle over performance dell'azionario e dei costi potenziali del trading.

In sostanza: è vero che con il trading online i costi delle singole compravendite sono precipitati, però il fenomeno del trading online si basa su un errore di fondo, vale a dire la mancata percezione dei costi complessivi su base annua.

Infatti, se paghi lo 0,185% per una singola operazione, quindi 0,185%+0,185%=0,37% per una operazione di compravendita (appunto: acquisto+vendita) e fai 200 compravendite all'anno (meno di una al giorno per seduta borsistica e ci sono persone che fanno moltissime operazioni al giorno), alla fine dell'anno avrai speso (in questa ipotesi di calcolo semplificato, tanto per capirci) 0,37% X 200 = 74% di commissioni ed è inutile dire che se la borsa è salita del 5% in più rispetto alle obbligazioni....

Anche perchè l'unico modo di guadagnare in questo modo è battere gli altri speculatori in erba per cui, ammesso e non concesso che qualcuno ci riesca (secondo una statistica USA solo il 3% dei day trader "sopravvive" più di sei mesi) evidentemente qualcun altro avrà perso ancora di più.....

Effetto della gnu economy, l'economia affrontata a testa bassa nello stile di quei vispi bovini.

Fra l'altro a questo tipo di speculatori in erba piacciono quasi sempre le IPO (Initial Public Offering), insomma le matricole, i titoli che stanno sbarcando in borsa (nonostante il termine "matricole" è una cosa indipendente dalla loro stazza: nel momento del suo collocamento è stata un'IPO anche quella di un colosso come ENI), gli piace partecipare a questi collocamenti per poi rivendere subito a prezzo maggiorato a quelli meno furbi di loro.

La spinta all'acquisto è che quando si colloca un titolo è buona misura farlo con uno "sconto" perché un titolo che si colloca ad un prezzo un poco inferiore al suo valore reale si colloca meglio, peccato però che le matricole sbarcano in borsa massicciamente nei periodi in cui la borsa viaggia più forte e tutti i prezzi sono più cari, il che nullifica il vantaggio e che in realtà la spinta più forte all'acquisto di questa tipologia di titoli sono i telegiornali quando riportano il boom di uno di questi titoli al suo collocamento.

Il problema qual'è?

Semplicemente che i veri boom di quei titoli sono determinati da uno squilibrio pesante fra domanda ed offerta nel giorno del collocamento e succede che se il titolo è andato fortissimo è dipeso dal fatto che ci sono molte più richieste di acquisto rispetto ai titoli disponibili (il che vuol dire che probabilmente i titoli che hanno sfrecciato in alto non vi verranno assegnati perché perderete il sorteggio, dal momento che a causa dell'eccesso di domanda le probabilità sono contro di voi) mentre se il titolo è andato uno schifo pesa la scarsa domanda rispetto all'offerta delle azioni ed allora potete stare praticamente certi che le azioni schifezza vi verrranno assegnate.

Altro elemento di "inquinamento" è il cambio cosa che era più rilevante ai tempi della liretta mentre con l'EURO puoi investire senza rischio cambio in un mercato di dimensioni notevoli.

Comunque giova ricordare che speculare sui cambi è sostanzialmente illogico perché ciò che influenza di più il mercato dei cambi è: qualunque cosa .

Tuttavia c'è un parametro che ha mostrato negli anni un'efficacia considerevole nel prevedere le oscillazioni di lungo periodo.

Si tratta della PPP (Purchasing Power Parity) vale a dire il potere di acquisto effettivo della moneta.

Esiste una specie di surrogato che calcola quanto costa l'hamburgher principale dei McDonald's nei vari paesi e che ha a sua volta dimostrato un'efficacia sorprendente.

Il principio è semplice: nel lungo periodo i cambi oscillano intorno al loro effettivo potere di acquisto anche perché i beni si spostano.

In sostanza: poniamo che un italiano con 10.000 euro compri esattamente le stesse che compra un americano con 10.000 dollari la PPP sarà 1:1, poniamo che per questioni di speculazione l'EURO vada a quotare 0,80 dollari abbiamo la situazione in cui l'americano che prima con 10.000 dollari = 10.000 euro si comprava la stessa identica automobile, mentre adesso con 8.000 dollari si prende 10.000 euro e la stessa automobile.

In teoria potrebbe rivenderla a 10.000 dollari in USA e guadagnare la differenza in base a questo arbitraggio, in pratica ovviamente succede che i cambi tendono ad oscillare intorno al potere di acquisto delle monete (l'EURO per la cronaca come potere di acquisto vale 1,15-1,20 dollari).